Una riflessione sull’evoluzione della Scuola

DALLA  SCUOLA DEL LEGAME SOCIALE ALLA SCUOLA DEL VOLONTARIATO DEL CSV DI PADOVA CON IL SOGNO DI CREARE CITTA’ FELICI

Quando sette  anni fa abbiamo iniziato la scuola del legame sociale, eravamo spinti dalla necessità di trovare parole nuove per esprimere un mondo sommerso e silenzioso che cercava di operare per mantenere valori positivi in una società in cambiamento, con forti derive xenofobe ed egoistiche.

L’idea partiva dalla rivolta delle banlieue parigine e dalla domanda che tutti avevamo in testa: come mai stesse avvenendo tutto ciò. Capire come determinate scelte politiche, piuttosto che strutturali ed architettoniche, avessero generato una rivolta interna in Francia. Lo Stato della “libertè, egalitè e fraternitè”. Partimmo quindi mossi dalla necessità di avviare un percorso diverso con una unica esigenza: “intervenire umanamente e presto”!

Pensammo quindi, con l’aiuto di alcuni intellettuali padovani come:  Michele Visentin, Giovanni Realdi, Paola Mariani, Francesca Succu, Francesco Jori, Luigi Gui, Benedetto Gui, Don Marco Sanavio, Gianni Belloni, che fosse  necessario partire da una “Scuola” dove “l’apprendere” non fosse legato alla moderna forma laboratoriale, ma necessariamente all’apprendere frontale classico. Da questi confronti nacque il nome Scuola del Legame sociale, per dare forza ad un concetto di legame prima ancora che di solidarietà; partendo dal valore del volontariato ma cercando una parola dove potessero sentirsi inclusi anche i cittadini non volontari.

A questo nome, caparbiamente, riferendomi alle città invisibili di Calvino volli aggiungere lo slogan “per costruire città felici” che fu sicuramente di grande richiamo in un momento di grande smarrimento per la mancanza di un futuro possibile.

Il primo biennio passò veloce, generando studenti attenti alle difficoltà del mondo moderno, ai quali demmo qualche parola da tenere in tasca e occhiali per vedere quello che la società di oggi è in grado di de-generare come i “NON LUOGHI” dove le persone non si riconoscono e non riconoscono nemmeno il suolo che li ospita; luoghi utili per produrre quelle stese situazioni di violenza che erano e sono sfociate nella rivolta delle banlieue e negli  attentatiti di questi ultimi tempi.

Il secondo biennio fu dettato da un’altra crisi, quella economica  dove milioni di persone avevano perso tutto nell’esplosione di bolle speculative generate da una irrealtà economica, che le Borse tuttora perseguono, ignorando ogni criterio del convivere civile. Anche qui, dopo aver osservato come scelte sconsiderate-  in termini di gestione del denaro e quindi delle persone –  fossero causa della rottura del legame sociale e in alcuni casi anche dell’impossibilità che lo stesso legame potesse nascere. Rispetto però ai primi due anni l’azione si era spostata dalla sola analisi, alla ricerca, sulla possibilità di creare situazioni dove fosse possibile pensare e creare “altro”, non quindi solo “parole nuove”, ma anche “storie nuove di cambiamento sociale” e nello specifico economico, pensando a nuove sperimentazioni di economie sociali.

Pur in un contesto di scenari sempre più bui comunque la scuola continuava il suo lavoro di seminatore attento al terreno ma anche al seme da piantare. Alla fine del secondo biennio con il gruppo degli alunni sopravvissuti all’aridità dell’economia, ci siamo trovati ad un bivio in quanto erano più le domande che le risposte, che la scuola metteva in campo, interrogandoci ma anche interrogando un contesto sociale come quello padovano, che sembrava reggere i colpi delle diverse crisi, ma che in realtà soffriva un forte momento di cambiamento.

In questo panorama per nulla facile cercammo alleanze e collaborazioni con vari interlocutori padovani che stavano lavorando sullo stesso terreno e a volte con modalità molto simili, incontrando la fondazione Zancan, la fondazione CARIPARO, la scuola socio politica della Diocesi, e la fondazione Lanza unica con la quale ci fu da quel momento capacità di condivisione. Riprenderò poi questa analisi nella parte finale dello scritto.

La situazione per altro era ancora più buia, considerato il fatto che nuovi scenari catastrofici si erano avvicinati e altri stavano avvicinandosi, incombente su tutti la mancanza del lavoro anche questo dovuta a diversi fattori, soprattutto, a mio avviso, ad una crisi di valori e da scelte politiche a ribasso fatte dal governo economico del paese. Crisi di valori innanzitutto, in quanto, una classe dirigente ormai settantenne, di fronte a determinate scelte del governo e a scenari di crisi mondiale decideva di abdicare senza lasciare ne a figli ne a nipoti le redini della piccola impresa italiana (negli anni successivi una parola inglese definiva il riprendere quelle redini di gestione dell’impresa in forma cooperativistica, giustamente abbandonata dal proprietario ottuagenario). Ma dall’altra parte i suicidi di diversi imprenditori mettevano in luce un’altra amara verità e quindi un interrogativo: se la scelta di aver dedicato la propria vita al solo lavoro non fosse stata sconsiderata fino al punto da interrompere i legami sociali ed isolarsi in una siderea posizione di gotha lavorativo distante da tutto e da tutti fuorché dal demone del fare? Con questo cruccio e con il titolo “lavorare stanca?” iniziammo così anche il terzo biennio interrogandoci ed interrogando imprenditori e sindacati, se questa nostra sensazione fosse vera e se la fuga dei giovani in esperienze esasperatamente (per chi ha il lavoro) innovative a volte restaurative non fosse in realtà solamente fuga dalla società, per cercare quei legami sociali che in un contesto rurale sembrano garantiti più che in una società industriale. Confrontandoci con realtà lavorative che andavano dall’innovazione tecnologica alla salvaguardia delle biodiversità questo terzo biennio ci portava ancora una volta al punto di partenza; la società attuale sembra non essere in grado di creare legami stabili a causa dei suoi ritmi e regole e solo nel verificarsi di eventi destabilizzanti vi è il riconoscimento dell’io e dell’altro e il ristabilirsi del legame. Intatti nelle nuove forme sociali sembra ristabilirsi e rafforzarsi un nuovo legame, dove la vicinanza, anche fisica, diviene nuova relazione (coworking, blablacar, couchsurfing, cohousing …). Il ritorno alla terra, alle relazioni vere, magari lasciando anche le proprie sicurezze diviene ricerca di pulizia e di etica civile, che in questi sei anni abbiamo appreso e seminato, scoprendo innanzitutto che quello che la mia generazione e le generazioni precedenti aveva pensato ma non realizzato ritenendolo utopico (da Thoreau a Sean Penn) ora le giovani generazioni stanno sperimentando senza trionfalismi o evidenziazioni ma silenziosamente nella giusta riservatezza del silenzio della natura.

Questo percorso sull’etica del quotidiano, ci ha messo comunque in discussione, soprattutto per un ruolo, forse non del tutto nostro, di approfondire questi temi – per altro in Padova vi sono, come già detto, agenzie ben più importanti del CSV- e comunque sentivamo l’esigenza di cambiare di tornare sul nostro alveo: il volontariato.

E’ probabile che il volontariato sia portatore di etica, ma non è scontato! Certo è che il volontariato ha la capacità di riavviare dei legami, se non altro in quanto azione solidale, e a volte, per riavviare dei legami, bisogna anche saper fare un passo indietro. Riconoscendo quindi un nostro ambito e il lavoro enorme e necessario per ricostruire anche una appartenenza oltre ad una capacità di essere volontari che con Emanuele Alecci prima direttore della scuola – susseguitosi a Giovanni Realdi -, ora Presidente del CSV che abbiamo pensato di ripartire da una “scuola per essere volontari” che insegni la bellezze ma anche l’importanza del volontariato, affinché non sia solo azione liberatoria o di auto riscatto; ma si trasformi in quello che la carta dei valori del volontario definisce “necessità di cambiamento” che cammina non sulle gambe del singolo ma attraverso un movimento di solidarietà, transitando dal cittadino responsabile eticamente e socialmente impegnato,  al “cittadino volontario” quello che … “adempiuti i doveri di ogni cittadino…” (cfr, carta dei valori del volontariato). Ma questa sarà la storia dei prossimi anni.

Alessandro Lion Direttore CSV di Padova
23 giugno 2016

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